DE NITTIS e la rivoluzione dello sguardo

10 Dicembre 2019

Per raccontare la mostra, in corso a Palazzo dei Diamanti fino al 13 aprile 2020, dedicata a Giuseppe De Nittis, partiamo dall’ultima sezione, quella dedicata agli ultimi anni della sua breve vita (morirà a soli 38 anni). C’è un quadro sulla parete dell’ultima sala dal titolo “Colazione in giardino” realizzato nel 1883 e presentato al Salon parigino qualche mese prima di spegnersi nell’agosto 1884. All’ombra di un grande albero, seduti attorno a una tavola imbandita, il figlio Jacques nutre le anatre in giardino sotto lo sguardo tenero di Léontine, l’amata moglie. In primo piano, a destra, una sedia è appena stata scostata dalla tavola. È quella di De Nittis, che si è alzato solo un attimo come per “scattare una fotografia” e fissare per sempre quel momento felice nella residenza di campagna a Saint-Germain-en-Laye, lontano dalla folla parigina. Ma quella sua assenza dal quadro familiare può essere letta quasi come un segnale premonitore. Una vita brevissima, quella di De Nittis, ma nel complesso felice. Sedici anni prima aveva avviato la sua carriera artistica recandosi a Parigi, in cerca di successo e di fortuna. Li aveva raggiunti in tempi rapidissimi, diventando subito noto per le composizioni eleganti e alla moda che avevano per soggetto la città moderna e la vita dei suoi abitanti.

La fruttuosa vendita nel 1874 di un dipinto che ritrae alcune signore alla moda a passeggio con i loro cagnolini sull’avenue du Bois de Boulogne incoraggiò De Nittis a specializzarsi in opere che raffigurano gli svaghi nei luoghi di ritrovo eleganti, con inquadrature ravvicinate che ponevano lo spettatore dentro la scena. Il suo stile è una sapiente commistione tra la tradizione vedutista italiana (era nativo di Barletta, si formò nella scuola di Resìna, e tornò spesso in Italia per catturare “la prepotente luce del sud”) e uno stile “da istantanea”, frutto del suo interesse per la fotografia. Si pensi che alla sua morte gli esecutori testamentari registrarono la presenza di una scatola contenente circa cento fotografie, forse usate dall’artista come repertorio visivo. Del resto è famoso il suo “atelier mobile”, ovvero una carrozza con cui si muoveva per la città per ritrarre la folla dal finestrino, così come farà un quindicennio più tardi la macchina da presa dei fratelli Lumière. Proprio per porre l’accento sul suo “occhio fotografico”, le oltre 150 opere provenienti da importanti collezioni pubbliche e private d’Italia e d’Europa, dialogano con una straordinaria selezione di fotografie d’epoca firmate dai più importanti autori del tempo quali Marville, Le Gray, Coburn, Stieglitz e Steichen, e con le prime immagini in movimento dei Fratelli Lumière.
Non solo Parigi, anche Londra, dove l’attenzione dell’artista si focalizza sugli effetti atmosferici che avvolgono i monumenti e gli scorci più suggestivi della città. La nebbia color ruggine che avvolge il Parlamento britannico che emerge come un’apparizione fantasmatica, la foschia che ottunde i contorni dei monumenti e i riflessi delle carrozze sulla strada bagnata divengono protagonisti di alcuni dipinti realizzati nella capitale britannica e ammirati anche da Van Gogh.
E poi, ancora, il suo amore per l’arte giapponese,  i suoi studi sulla luce artificiale, i suoi rari nudi…

La rassegna – curata da Maria Luisa Pacelli, Barbara Guidi e Hélène Pinet – è  accompagnata da un catalogo illustrato che approfondisce alcuni temi ancora poco indagati come il rapporto tra l’artista e la fotografia coeva, la centralità della sua figura nelle trasformazioni che interessarono il sistema dell’arte parigino alla fine del secolo, la sua personale declinazione della pittura di paesaggio urbano e il ruolo decisivo della moglie Léontine nella carriera del pittore.