Dante. La visione dell’arte

30 Aprile 2021

Si è calcolato che in Italia per celebrare il settimo centenario della morte di Dante sono previsti circa 70 eventi espositivi. L’Emilia-Romagna, seconda patria per Dante (qui, a Ravenna, sono conservate le sue illustri spoglie), dedica al Sommo Poeta un calendario di mostre di grande rilievo, inaugurato lo scorso anno a Ravenna con l’avvio del progetto “Dante gli occhi e la mente”, e che proseguirà per tutto l’anno con la mostra “diffusa” “Dante e la Divina Commedia in Emilia Romagna”, ospitata nelle più importanti biblioteche storiche dell’Emilia-Romagna, da Rimini a Piacenza.

A Forlì, dove dante soggiornò, ospite della famiglia Ordelaffi, è aperta fino all’11 luglio la mostra “Dante. La visione dell’arte”. Ai Musei San Domenico ben 18 sezioni e circa 300 opere, tra pittura, scultura, disegni e incisioni, manoscritti, e edizioni rare, analizzano l’intimo rapporto tra il Sommo Poeta e l’Arte, presentando gli artisti che hanno in qualche modo influenzato le “visioni” dantesche e quelli che nel corso dei secoli si sono cimentati nella grande sfida di rendere per immagini la potenza visionaria della Commedia.  Una grande mostra resa possibile dalla stretta collaborazione con le Gallerie degli Uffizi – che hanno prestato circa 50 tra dipinti, sculture e disegni – e decine di istituzioni culturali da tutto il mondo, dall’Ermitage di San Pietroburgo, alla Walker Art Gallery di Liverpool, dalla National Gallery di Sofia alla Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, dal Museum of Art di Toledo, al Musée des Beaux-Art di Nancy, di Tours, di Anger; e poi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, alla Galleria Borghese, dai Musei Vaticani al Museo di Capodimonte.

Il viaggio che ci apprestiamo a fare nelle sale del San Domenico copre un arco temporale che va dal Duecento al Novecento e parte con il tema del “Giudizio Universale”, categoria teologica e figura orientativa che regge l’intero pianto narrativo del viaggio dantesco nei tre regni dell’Aldilà. Il suo racconto riprende una iconografia assai diffusa lungo il Medioevo, dai mosaici di derivazione bizantina ai bassorilievi delle cattedrali, agli affreschi di battisteri e palazzi. La prima sala parte con le testimonianze di artisti ammirati da Dante e che nei secoli successivi hanno interpretato Dante, dalla tavola di Guido da Siena, che riprende il tema del giudizio, all’ultimo Giotto del polittico Baroncelli, con la sua luce frontale e i colori così luminosi da togliere peso e volumetria alle figure. E poi Ambrogio Lorenzetti, Beato Angelico, il San Michele arcangelo che scaccia i gli angeli ribelli di Beccafumi, fino all’imprescindibile Giudizio Universale di Michelangelo, che influenzerà sino al primo Ottocento la “visione dell’arte” dantesca. Nel XIX secolo Dante sarà la guida spirituale di quella nuova generazione di artisti europei che, uniti sotto il nome di “Nazareni”, si trasferirono in Italia per riscoprire l’arte medievale e i suoi luoghi, soprattutto il Camposanto di Pisa, i cui affreschi sembravano il più suggestivo corrispettivo pittorico della Commedia.
Furono Foscolo, Leopardi e Mazzini a diffondere il culto di Dante come padre della patria, icona di significati politici, civili e identitari. L’arte riflette questa nuova sensibilità a partire dagli anni Quaranta dell’Ottocento, nell’Italia delle lotte risorgimentali, e tocca il culmine nel 1865, Firenze capitale dell’Italia unita, con le celebrazioni per il sesto centenario della nascita del poeta e l’inaugurazione, da parte del Re, della statua di Dante al centro di Piazza Santa Croce. Nel giugno di quell’anno erano state deposte a Ravenna, nella tomba settecentesca, le spoglie del Poeta. In mostra troviamo una rassegna di busti celebrativi, alcuni ispirati a quel ritratto di Dante attribuito a Giotto che nel 1840 fu scoperto nella Cappella del Podestà al Bargello. Una vera fioritura di ritratti di Dante si ebbe anche in occasione del sesto centenario della morte del poeta, nel 1920, quando il Ministero della Pubblica Istruzione promosse un bando per la realizzazione del ritratto ufficiale di Dante.

Non solo in Italia. Agli inizi del XIX secolo il “recupero” di Dante si era esteso dall’Inghilterra alla Germania. Si pensi alla risonanza che i temi danteschi (inclusa la poetica della Vita Nova) ebbero in ambito preraffaellita (in mostra il saluto di Beatrice di Dante Gabriel Rossetti).
Per non parlare delle arti grafiche: le illustrazioni della Commedia hanno, fin dalle prime edizioni a stampa, una grande fortuna. Qui possiamo confrontare due preziosi cicli di disegni illustrativi, quello di Federico Zuccari e quello di Giovanni Stradano. La fortuna continua sul finir del Settecento con John Flaxman e William Blake, per arrivare alle popolarissime edizioni degli anni Sessanta dell’Ottocento di Gustave Doré, che avrebbero segnato per decenni l’iconografia del poema. Una stanza intera della mostra è dedicata alle arti grafiche. Sullo sfondo domina la ripoduzione de La morte di Giulio Aristide Sartorio, dal grandioso ciclo “il Poema della Vita Umana”, realizzato nel 1907 per il padiglione Italia della Biennale di Venezia.

Al piano superiore, non prima di aver ammirato le sezioni dedicate al rapporto di Dante con gli antichi (da Omero a Virgilio, da Ovidio a Seneca, per citarne alcuni), ci accoglie un’intera sala dedicata a Paolo e Francesca, con l’esplosione del mito dei due amanti in età Romantica e per tutto l’Ottocento, fino al Simbolismo di Gaetano Previati e al tenebroso decadentismo de I lussuriosi, opera “infernale” di Victor Prouvé del 1889. Segue la sezione dedicata a Farinata degli Uberti, dominata dalla scultura monumentale e fiera realizzata da Carlo Fontana e ispirata a Rodin.  Poi il Conte Ugolino, i “Demoni e mostri”, con Alichino, l’antenato di Arlecchino, che prima di diventare il celebre soggetto della Commedia dell’Arte è stato, già dal XI secolo, una figura orrifica, ricordata nel XXI canto dell’Inferno. Saliamo poi verso il Purgatorio con l’immagine di Pia de’ Tolomei, che ebbe tanta fortuna nella pittura tardo romantica e realistica. Matelda, incarnazione della condizione umana prima del peccato originale, ci conduce al Paradiso dove la mostra si conclude, con opere ispirate in particolare al XXXIII canto, che conclude tutta la Commedia e non solo la sua terza parte. La visione maestosa del Paradiso di Tintoretto ci conduce verso l’uscita, a riveder le stelle.
Per chi volesse approfondire c’è anche un imponente catalogo, a cura di Gianfranco Brunelli, Fernando Mazzocca, Antonio Paolucci, Eike D. Schmidt, pubblicato da Silvana Editoriale.
Per organizzare la visita c’è invece un sito web dedicato: www.mostradante.it